SOCIAL MEDIA E TERRORISMO, UN’INIZIATIVA CONTRO LA RADICALIZZAZIONE

Internet e in particolare i social media rappresentano sempre più uno spazio in cui gli individui condividono i propri stati d’animo, inclusa la paura di un pericolo come il terrorismo. Ma che rapporto c’è tra i social media e il terrorismo online? E tra i social media e gli attacchi terroristici? Vediamolo insieme.

I SOCIAL NETWORK UNITI NELLA LOTTA CONTRO LA PROPAGANDA TERRORISTICA

Di recente, i giganti del web (Facebook, Google, Microsoft e Twitter) hanno creato una partnership per contrastare la propaganda terroristica sui social media. Essa consiste nella condivisione di informazioni preziose per combattere più efficacemente il fenomeno della diffusione di uno stesso messaggio su più social network allo stesso tempo.

Resta comunque un’impresa ardua visto che, fra tutti i media, i social sono quelli più utilizzati dalle organizzazioni terroristiche. I sistemi di controllo sono in grado di filtrare il 99% dei contenuti prima che siano pubblicati.

Dal monitoraggio delle pagine Facebook di utenti simpatizzanti con organizzazioni terroristiche, è emerso che solo il 38% dei post contenenti evidenti simboli di gruppi estremisti sono stati rimossi.

Ciò denota un’effettiva difficoltà nel bloccare la diffusione di questi contenuti e nel gestire i social media e la comunicazione per usi pericolosi.

LE TECNOLOGIE CONTRO IL TERRORISMO

Lo sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale non è ancora riuscito ad individuare e filtrare automaticamente i contenuti video, immagini e testi correlabili alla propaganda terroristica prima della loro pubblicazione.

In altre parole, ad oggi i social network rimangono una concreta opportunità per fare proselitismo senza grandi rischi e tecnologie come l’AI non sono ancora pronte per contrastare la propaganda estremista.

FACEBOOK E LA BATTAGLIA CONTRO IL TERRORISMO

Negli ultimi anni uno degli obiettivi principali di Facebook è stato proprio quello di evitare la diffusione di contenuti che incitano all’odio e alla violenza di matrice razzista o terroristica.

Per riuscire nel loro intento, i ricercatori del social network hanno monitorato per cinque mesi le pagine Facebook di più di tremila utenti affiliati a organizzazioni estremiste (su indicazione del governo degli Stati Uniti).

Ciò nonostante, molti dei contenuti segnalati, come video di esecuzioni, immagini di teste decapitate e propagande in onore dei militanti martiri, sono ancora disponibili su Facebook.

Le misure di Facebook per combattere il terrorismo

A quanto pare, quindi, il social network, non è in grado di controllare questo tipo di contenuti caricati sulla piattaforma e addirittura, a volte, produce esso stesso (in modo del tutto involontario) dei video che celebrano il terrorismo. Come? Per esempio assemblando contenuti estremisti e violenti per creare quelle animazioni automatiche che raccolgono le attività degli utenti.

Facebook ammette le imperfezioni del suo sistema e sottolinea che sono in corso dei miglioramenti per rimuovendo i contenuti terroristici, sebbene essi non sia in grado di scovare tutti quei contenuti.

Questo lavoro viene svolto in maniera automatica da algoritmi di intelligenza artificiale, i quali riconoscono e rimuovono i contenuti riconducibili a gruppi terroristi, supportati da 30mila moderatori umani. Lo stesso Mark Zuckerberg ha evidenziato il successo di questi strumenti, specificando che il 99% del materiale segnalato viene cancellato prima ancora di essere visto dagli utenti.

Questa statistica si riferisce, però, solo ai contenuti individuati, mentre resta sconosciuta la percentuale di materiale estremista e terroristico che Facebook è in grado di identificare. Una nota positiva è data dalla facilità con cui i ricercatori hanno identificato i profili di utenti che inneggiano al terrorismo effettuando la ricerca per semplici parole chiave.

Il pericolo della generazione automatica di pagine aziendali su Facebook

La cosa che più preoccupa è che Facebook a volte aiuta involontariamente le organizzazioni terroristiche a collegarsi con potenziali nuovi adepti, partendo dalla posizione lavorativa segnalata dagli stessi utenti.

Gli utenti che indicano come “datore di lavoro” associazioni terroristiche come Al Qaeda hanno portato alla creazione di pagine aziendali che si rifanno a queste società. Ciò significa che su Facebook è possibile mettere “mi piace” all’Isis, permettendo a queste organizzazioni di fatto consultare un elenco di sostenitori al quale attingere per cercare nuovi militanti.

La generazione automatica di pagine aziendali su Facebook non riguarda solo i terroristi jihadisti, ma per esempio anche le associazioni americane che promuovono il suprematismo bianco.

I profili delle persone coinvolte registrano un’abbondanza di foto di svastiche e molto altro, per cui non sembrerebbe difficile risalire a chi sta dietro a questi movimenti. Allora perché un colosso come Facebook ha difficoltà a rimuovere contenuti di questo tipo, oltretutto vietati dalla sua stessa policy?

Probabilmente perché i social network non sono stati progettati prevedendo gli aspetti negativi in cui si è incappati solo dopo, e adesso devono lavorare a ritroso per trovare soluzioni a problemi sempre più gravi. Per far ciò combinano gli strumenti automatici e i moderatori umani, nell’intento di rimuovere tutti i contenuti pericolosi che infestano Facebook e non solo.

CHIUDERE I SOCIAL PER COMBATTERE IL TERRORISMO

In seguito all’attentato rivendicato dall’ISIS, lo Sri Lanka ha pensato di spegnere tutti i social network. Per capire se questa decisione sia comprensibile bisogna tornare indietro alle tensioni interreligiose che scatenarono la violenza tra buddisti e musulmani. Ovvero alle voci incontrollate che si diffusero su WhatsApp.

Attraverso esse, i gruppi di buddisti accusarono i musulmani di obbligare le persone a convertirsi all’Islam e di vandalizzare siti archeologici buddisti. Si scatenò una marea di violenza che portò il governo a spegnere momentaneamente i social network, accusando Facebook di diffondere l’odio. I social network sono stati nuovamente spenti per evitare che i discorsi d’odio e la propaganda si diffondano con conseguenze facilmente prevedibili.

Gli effetti negativi dei social network nel mondo

Mentre in Occidente i social network potrebbero avere un ruolo nell’ascesa dei populismi e in India alcune fake news su WhatsApp furono la scintilla che nel 2018 provocò la morte di 25 persone, in Myanmar la minoranza musulmana è oggetto di una persecuzione alimentata anche attraverso i social network.

Forse perché in quell’area Facebook si è diffuso all’improvviso per mano del programma Free Basics voluto da Mark Zuckerberg. Esso permette di utilizzare senza costi di connessione Facebook, accusato di neocolonialismo digitale.

In molti paesi del continente asiatico Free Basics ha diffuso i social network in maniera improvvisa, senza che vi fosse ancora la consapevolezza dei suoi aspetti più negativi e pericolosi. Il programma ha aiutato la diffusione delle fake news e anche Twitter ha giocato un ruolo cruciale.

Gli effetti positivi dei social network nel mondo

Ovviamente non esistono solo i contro. In Sri Lanka, Facebook e Twitter hanno contribuito in modo positivo alla mobilitazione della popolazione contro il tentativo di compiere un colpo di stato nel 2018.

Nello specifico, i sostenitori del colpo di stato occupano i media obbligando i quotidiani a cedere il controllo sulle rotative, ma non tengono conto dei social network. Proprio sulle piattaforme online i critici del colpo di stato iniziarono a mobilitarsi, organizzando manifestazioni e proteste che fermarono il golpe.

Censura e libera informazione

Da una parte i social network sono strumenti che rendono complesso bloccare il flusso della libera informazione, ma dall’altra sono un mezzo di diffusione rapida di propaganda e odio, temi chiave della nostra epoca digitale.

Quindi la scelta di spegnere i social network potrebbe sembrare giusta, ma in un paese incline all’autoritarismo potrebbe essere utilizzata a scopo di censura.

Ovviamente spegnere i social network può solo essere una soluzione momentanea che non deve andare a discapito della libertà d’informazione. Ma allora qual è la soluzione?

Se davvero i social network trovassero il modo per impedire la circolazione dei contenuti più pericolosi, anche altri tipi di comunicazione e informazione rischierebbero di essere censurati.

PRECOBIAS, IL PROGETTO PER PREVENIRE LA RADICALIZZAZIONE E CONTRASTARE I PREGIUDIZI

A proposito del rapporto tra social media e terrorismo, Moka Adv (by P.M.F.) è coordinatore del progetto europeo PRECOBIAS, pensato per contrastare pregiudizi e messaggi di odio sui social network.

Infatti, proprio lo scorso 18 febbraio 2020 a Bruxelles si è tenuto il kick off meeting che ha riunito tutti i coordinatori dei progetti relativi al programma ISFP della Comunità Europea.

Nello specifico, per il progetto PRECOBIAS la nostra web agency si occupa della campagna online rivolta ai giovani a rischio di radicalizzazione o già radicalizzati. Il progetto, infatti, si focalizza sui processi mentali e sui pregiudizi cognitivi che entrano in gioco quando i giovani sono sottoposti ai discorsi terroristici delle correnti estremiste.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di contrastare questi processi, promuovere il pensiero critico dell’utente e rivelare i processi mentali e i pregiudizi cognitivi alla base delle loro interpretazioni e analisi.

PRECOBIAS vuole così provocare un cambiamento di comportamento e dissuadere i giovani dalla promozione di contenuti estremisti e di odio online.

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